
Sempre più leggo su giornali e blog di bravi architetti italiani, che vincono concorsi all'estero o più semplicemente si trasferiscono per lavorare.
Si dice che potenzialmente è più semplice vincere (o per lo meno essere notato) facendo concorsi in un ambiente dove la "conoscenza" non è elemento qualificante del progetto. Come non essere d'accordo? E come non notare che in Italia si conosce molte volte il nome del probabile vincitore sin dai nastri di partenza?
Non a caso molti giovani architetti italiani si trasferiscono all'estero sperando di ripercorrere le strade che hanno permesso ai vari Tagliabue, Fuksas etc di affermarsi.
Inoltre bisogna dire che all'estero le esperienze lavorative all'interno dei vari studi di progettazione non sono, appunto, solo esperienze in quanto le retribuzioni sono pari a quelle di un architetto (strano che in Italia invece corrispondano a quelle di una donna delle pulizie...).
Forse sono un po' troppo pessimista, ma credo che in Italia chi voglia lavorare debba per forza avere delle conoscenze aldilà della propria bravura o meno. La meritocrazia non fa parte del nostro DNA.
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